La differenza tra Kabul e Bengasi

Franco Frattini si è sbilanciato sui tempi della missione in Libia, che impegna da cinquanta giorni i principali eserciti d’Europa. Secondo il capo della Farnesina, ci sono “ipotesi ottimistiche” che parlano di “pochi giorni” per la fine della campagna militare, e “ipotesi più realistiche di tre o quattro settimane”. Frattini è il primo che cerca di fissare un termine ai raid: giovedì mattina, dopo il vertice del Gruppo di contatto sulla Libia che si è tenuto a Roma, i colleghi di Parigi e Londra hanno preferito restare sul vago.
6 MAG 11
Ultimo aggiornamento: 07:41 | 19 AGO 20
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Franco Frattini si è sbilanciato sui tempi della missione in Libia, che impegna da cinquanta giorni i principali eserciti d’Europa. Secondo il capo della Farnesina, ci sono “ipotesi ottimistiche” che parlano di “pochi giorni” per la fine della campagna militare, e “ipotesi più realistiche di tre o quattro settimane”. Frattini è il primo che cerca di fissare un termine ai raid: giovedì mattina, dopo il vertice del Gruppo di contatto sulla Libia che si è tenuto a Roma, i colleghi di Parigi e Londra hanno preferito restare sul vago. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, non ha potuto fornire “una risposta precisa” alle domande sulla fine delle operazioni, e ha aggiunto che è “questione di mesi”; il capo della diplomazia britannica, William Hague, ha aggiunto che il vertice di Roma si è chiuso “senza una deadline” e ha chiesto “pazienza e determinazione” agli alleati. Francia e Gran Bretagna sono i due grandi azionisti di questa guerra. Ma sulla loro linea c’è anche il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, l’uomo che deve coordinare l’intervento dal punto di vista tecnico. Insomma, le dichiarazioni di Frattini non risolvono la generale “ambiguità” che distingue questa campagna: gli alleati hanno un progetto abbastanza preciso, che è la fine di Muammar Gheddafi, ma non sanno ancora come raggiungere l’obiettivo. Perché il colonnello regge la pressione militare meglio di quanto francesi e britannici avessero calcolato, perché i ribelli non sono capaci di sconfiggere in battaglia l’esercito regolare, perché le condizioni stabilite dall’Onu non permettono agli alleati di esercitare una forza maggiore. Le previsioni sui tempi della campagna non possono che essere nebbiose.

Così in Afghanistan, dove conterebbe tantissimo non vincolare le truppe sul campo a una scadenza temporale – per non dare al nemico talebano un conto alla rovescia fino a quando resistere a tutti i costi – si è invece scelto di dare già l’annuncio della ritirata (prima il presidente Obama aveva detto il luglio 2011, ora indica l’anno 2014, in ogni caso c’è un consenso di massima su quanto ancora durerà l’intervento). In Libia invece, dove i vari componenti della Coalizione dovrebbero presentarsi come un fronte ultracompatto, capace con la sua pressione irresistibile di spingere Tripoli alla resa, non riescono a parlare con una voce sola su quanto tempo hanno voglia di investire nel tentativo di regimicidio contro Gheddafi.

I due schieramenti alleati sono molto simili – la struttura di Isaf è stata presa come esempio per comporre il contingente anti Gheddafi. L’impressione ora è che la campagna aerea sul deserto stia diventando complicata come la guerriglia al confine con il Pakistan.